Web-Annotazioni: Ted Nelson, il Progetto Xanadu e Oltre…

Nel suo “Dream Machines” Ted Nelson, l’inventore del termine Ipertesto e team leader del Xanadu Project, prevede tre categorie di ipertesto.

  • Ipertesto di Base, o blocco di ipertesto, caratterizzato dai riferimenti alle note con i collegamenti (links e ancore al testo);
  • Ipertesto Espanso è un’implementazione completa di links di espansione;
  • Ipertesto Collaterale, derivante direttamente dal lavoro di Nelson del 1971 con il software Parallel Textface, con cui era possibile visualizzare due documenti in una sola schermata, col pieno supporto per l’editing collaborativo ecomparativo (Versioning).

Ted Nelson coniò anche il termine “Docuverso” (Documento + Universo), ovvero una serie di documenti legati strettamente tra loro tramite diversi criteri.

Primissimi passi verso un web semantico che – a distanza di cinquant’anni dall’immaginazione di Ted Nelson – deve ancora essere definito nei suoi connotati essenziali.

La tendenza odierna sembrerebbe quella di “etichettare” ogni documento ed ogni sua struttura (paragrafi, commi, ecc. interni ad esso), sovrastruttura (il documento esterno da cui esiste ad esso un collegamento) e sottostruttura (il documento esterno verso cui esso punta). Ciò comporterebbe il dover “etichettare” lo scibile umano pregresso (impresa certosina) e quello in divenire (più facile ma, allo stesso tempo, ciò potrebbe significare lo smantellamento di “etichettature” documentali in precedenza applicate qualora ne venissero scoperte delle altre più efficaci ed efficienti) in un processo tendenzialmente “senza fine”.

L’“etichettatura” potrebbe essere una delle soluzioni ma non l’unica e definitiva. Non abbiamo ancora preso in seria considerazione il “fattore umano” con la sua universale capacità nel definire termini, concetti, significati univoci e/o equivoci. Non solo: il “fattore umano attendibile”, nella prospettiva di una sua piena integrazione con le “reti sociali attendibili”, potrebbe costituire un “pool informativo attendibile” entro cui hardware, software e umani potrebbero cooperare per raggiungere l’obiettivo di un dato risultato di ricerca “altamente attendibile”. Potrebbe sembrare paradossale ma la vera conoscenza è oggi quella che non è stata ancora “spiegata” ai motori di ricerca ed è perciò ad essi (e a noi) “nascosta”.

Ma non è solo un lavoro di “etichettatura” dei significati che vengono attribuiti alle parole e/o ai concetti che dovrebbe conferire“attendibilità” ad un contenuto scritto, audio, video presente in rete. L’“etichettatura” dovrebbe permettere ad un motore di ricerca di applicare molto più facilmente le regole del linguaggio umano per consentirgli di restituire all’utente un risultato altamente significativo. Ci sono moltissimi web-contenuti di notevole complessità che sfuggono però alle “etichettature” più articolate.

Come rendere allora più attendibili i web-contenuti?

L’idea che il processo di validazione dei contenuti debba essere controllato da “un” umano potrebbe sembrare pericolosissima se pensiamo a quanta misinformazione e/o disinformazione riesce ad essere propinata attraverso portali come Wikipedia e simili da editori prezzolati da lobbies che non intendono perdere l’influenza sulle masse. E infatti lo è se nessuno di coloro che leggono non possono o non vogliono, pur potendo, scrivere la propria opinione o informazione su ciò di cui vengono a conoscenza su di un qualsiasi argomento. Ciò non significa che si intendono invitare i lettori ad esprimere il loro parere (ricadremmo inevitabilmente nei dibattiti lunghi e noiosi caratteristici dei forum di discussione che non producono nuova informazione ma solo opinioni personali e/o altrui).

Se questo processo di validazione dell’informazione acquisisce connotazioni “social”, nel senso che gli “umani” sono molti (anzi moltissimi), allora questi possono produrre un’informazione che costituirà una “massa critica pensante” (per distinguerla da quella attualmente “non pensante”) in grado di emarginare qualsiasi tipo di informazione prezzolata e unilaterale, facendole così perdere “autorevolezza”.

Alla prossima,
Davide Suraci